La Legge Biagi La legge Biagi è una legge che riguarda il mercato del lavoro (fu varata dal secondo governo Berlusconi). La legge prende il nome da Marco Biagi che vi ha contribuito come consulente. In verità è bene sottolineare come sia improprio attribuire il disciplinamento del mercato del lavoro alla legge n.30/2003, in quanto quest’ultima è sola una legge delega al Governo. Ad essa ha fatto seguito il D. Lgs. n. 276/2003 che è invece la normativa definitiva.
La legge introduce una riforma di portata simile allo Statuto dei lavoratori. Parte dal presupposto secondo cui la flessibilità nel mercato del lavoro sia il mezzo migliore per la creazione di nuovi posti di lavoro. Secondo i detrattori della riforma la legge ridurrebbe invece diritti e tutele nelle questioni contrattuali.
Secondo i sostenitori della riforma, la legge, aumentando la flessibilità nel mondo del lavoro, produce un aumento del tasso di occupazione e sostituisce uno strumento come quello della concertazione tra le parti sociali.
La legge Biagi ha introdotto di fatto il concetto di Borsa continua nazionale del lavoro, ossia un luogo di incontro fra domanda e offerta di lavoro dove viene indicato il prezzo del lavoro stesso. L'impostazione di questo provvedimento è riconducibile ad una visione liberista dell'economia. Non è tuttavia possibile valutarne in senso assoluto i risultati, in quanto i fattori da prendere in considerazione sono strettamente legati con quelli di altre aree sociali.
Le aziende che hanno deciso di introdurre le nuove tipologie contrattuali hanno beneficiato di sconti contributivi e fiscali e di un maggiore fattore di contraccambio del personale. Le forme contrattuali sono infatti aumentate di numero per venire incontro alle molteplici esigenze nate nel frattempo. I primi anni di attuazione della legge Biagi hanno visto quindi una riduzione della disoccupazione.
Alla flessibilità non ha fatto tuttavia seguito una riforma parallela sugli ammortizzatori sociali, tramutando una situazione di lavoro flessibile in una situazione precaria. Dovendo le aziende versare minori contributi, i lavoratori precari hanno un accantonamento pensionistico inferiore ai loro colleghi con contratti tipici.
L'elevato numero di forme contrattuali previste ha confuso le società, pressandole per lo sfruttamento di solo una piccola percentuale dell'ampio parco di soluzioni messo a disposizione. Nel mercato del lavoro, le retribuzioni e i livelli di qualifica non sono equilibrate al livello di istruzione crescente delle ultime generazioni. Alcuni dati pongono in discussione l'ipotesi del libero mercato e della capacità del mercato del lavoro di assumere la migliore configurazione possibile nell'interesse economico delle parti.
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